GIÙ I VELI
 
 
Dà il titolo a questo sito, il titolo del libro di Chahdortt Djavann, scrittrice di origine iraniana.
GIÙ I VELI!

Titolo originale: Bas le voiles!
Traduzione dal francese di Mara Giarriti
© 2003 Editions Gallimard, Paris
© 2004 Lindau s.r.l.
Via Bernardino Galliari 15 bis - 10125 Torino
tel. 011/669.39.10 - fax 011/669.39.29
http://www.lindau.it
e-mail: lindau@lindau.it

Prima edizione
ISBN 88-7180-503-8



Ho portato dieci anni il velo. Era il velo o la morte. So di cosa parlo.
Dopo il disastro storico del 1979, l'islam e le sue derive occupano un posto eminente nel sistema educativo in Iran. Il sistema educativo nel suo insieme è radicalmente islamizzato. Le sure del Corano e le sue esegesi, gli ™ad[th, la shari'a, i dogmi islamici, la morale islamica, i doveri islamici, l'ideologia islamica, la società islamica, la visione del mondo islamica sono altrettanti soggetti inesauribili, tutti obbligatori dalla scuola elementare fino all'università, quali che siano le specializzazioni. "A che serve la scienza se non è al servizio dell'islam!" è lo slogan scandito durante l'anno. Da buona allieva, ci fu un tempo in cui avrei potuto diventare imam o ayatollah se, in queste materie, ci fosse stato posto per le donne.
Da tredici a ventitré anni, sono stata repressa, condannata a essere una musulmana, una sottomessa e imprigionata sotto il nero del velo. Da tredici a ventitré anni. E non lascerò dire a nessuno che sono stati i più begli anni della mia vita.
Coloro che sono nati nei paesi democratici non possono sapere a che punto i diritti che a loro sembrano del tutto naturali sono inimmaginabili per altri che vivono nelle teocrazie islamiche. Avrei meritato, come qualsiasi essere umano, di essere nata in un Paese democratico, non ho avuto questa fortuna, allora sono nata ribelle.
Ma che cos'è portare il velo, abitare un corpo velato? Cosa significa venire condannata a essere chiusa in un corpo velato perché femminile? Chi ha il diritto di parlarne?
Avevo tredici anni quando la legge islamica si è imposta in Iran sotto la ferula di Khomeini rientrato dalla Francia con la benedizione di molti intellettuali francesi. Una volta ancora, questi ultimi avevano deciso per gli altri quel che doveva essere la loro libertà e il loro avvenire. Una volta ancora, si erano prodigati in lezioni di morale e in consigli politici. Una volta ancora non avevano visto arrivare niente, non avevano capito niente. Una volta ancora, avevano dimenticato tutto, e forti dei loro errori passati, si apprestavano a osservare impunemente le prove subite dagli altri, a soffrire per procura, anche a costo di fare, al momento opportuno, qualche revisione straziante che tuttavia non intaccherà né la loro buona coscienza né la loro superbia.
Certi intellettuali francesi parlano volentieri al posto degli altri. E oggi ecco che parlano al posto di quelle che non hanno voce - quel posto che, per decenza, nessuno al di fuori di esse dovrebbe cercare di occupare. Perché, questi intellettuali, insistono, firmano, presentano petizioni. Parlano della scuola, dove non hanno più messo piede da lungo tempo, delle periferie dove non hanno mai messo piede, parlano del velo sotto il quale non hanno mai vissuto. Decidono strategie e tattiche, dimenticando che quelle di cui parlano esistono, vivono in Francia, Stato di diritto, e non sono un soggetto su cui dissertare, un prodotto di sintesi per esercitazioni scolastiche. Smetteranno mai di lastricare di buone intenzioni l'inferno degli altri, pronti a tutto per avere il loro nome in fondo a un articolo di giornale?
Possono rispondermi, questi intellettuali?
Perché si velano le ragazze, solamente le ragazze, le adolescenti di sedici anni, di quattordici anni, le ragazzine di dodici anni, di dieci anni, di nove anni, di sette anni? Perché si nascondono i loro corpi, la loro capigliatura? Che cosa significa realmente velare le ragazze? Che cosa si cerca di inculcare, di instillare in loro? Perché all'inizio non sono loro ad avere scelto di essere velate. Sono state velate. E come si vive, si abita un corpo di adolescente velata? Dopo tutto, perché non si velano i ragazzi musulmani? I loro corpi, le loro capigliature non possono suscitare il desiderio delle ragazze? Ma le ragazze non sono fatte per avere desideri, nell'islam, solamente per essere l'oggetto del desiderio degli uomini.
Non si nasconde ciò di cui si ha vergogna? I nostri difetti, le nostre debolezze, le nostre insufficienze, le nostre carenze, le nostre frustrazioni, le nostre anomalie, le nostre impotenze, le nostre meschinità, i nostri cedimenti, i nostri errori, le nostre inferiorità, le nostre mediocrità, le nostre ignavie, le nostre vulnerabilità, i nostri sbagli, i nostri inganni, i nostri delitti, le nostre colpe, le nostre ruberie, i nostri stupri, i nostri peccati, i nostri crimini?
Presso i musulmani, una ragazza, dalla sua nascita, è un'onta da nascondere poiché non è un figlio maschio. Essa è in sé l'insufficienza, l'impotenza, l'inferiorità... Essa è il potenziale oggetto del reato. Ogni tentativo di atto sessuale da parte dell'uomo prima del matrimonio è colpa sua. Essa è l'oggetto potenziale dello stupro, del peccato, dell'incesto e anche del furto dal momento che gli uomini possono rubarle il pudore con un semplice sguardo. In breve, essa è la colpevolezza in persona, giacché essa crea il desiderio, esso stesso colpevole, nell'uomo. Una ragazza è una minaccia permanente per i dogmi e la morale islamici. Essa è l'oggetto potenziale del crimine, sgozzata dal padre o dai fratelli per lavare l'onore macchiato. Perché l'onore degli uomini musulmani si lava con il sangue delle ragazze! Chi non ha udito delle donne urlare la loro disperazione nella sala parto dove hanno appena messo al mondo una figlia invece del figlio desiderato, chi non ha sentito alcune di loro supplicare, invocare la morte sulla loro figlia o su loro stesse, chi non ha visto la disperazione di una madre che ha appena messo al mondo la sua simile, che le rinfaccerà le sue proprie sofferenze, chi non ha sentito delle madri dire: "Gettatela nella pattumiera, soffocatela se è femmina", per paura di essere pestate o ripudiate, non può comprendere l'umiliazione di essere donna nei Paesi musulmani. Rendo qui omaggio al film di Jafar Panahi, Il cerchio, che mette in scena la maledizione di nascere femmina in un Paese musulmano.

Ascoltate come funziona la macchina retorica di certi intellettuali francesi. Essa è ben oliata. È un piacere. Motore a tre tempi:
1) noi non siamo partigiani del velo (quale sollievo nell'apprenderlo...);
2) noi siamo contro l'esclusione dalla scuola (comprendete: abbiamo la coscienza doppiamente a posto);
3) lasciamo fare al tempo e alla pedagogia. Intendete bene: una volta ancora lasciamo fare agli altri - le ragazze velate vivano velate e gli insegnanti si arrangino.
I Ponzio Pilato del pensiero hanno parlato. Essi possono tornare ai loro piccoli affari, dissertare e filosofare nell'attesa della prossima petizione. La storia passa. I "cani da guardia" abbaiano.

Il velo. Non solo il velo a scuola ma: il velo sempre. Bisogna essere ciechi, bisogna rifiutare di guardare la realtà in faccia, per non vedere che la questione del velo è un problema in sé, che precede qualsiasi dibattito sulla scuola e sulla laicità! Il velo non è per niente un semplice segno religioso, come la croce, che ragazze o ragazzi, possono portare al collo. Il velo, lo hijab, non è un semplice fazzoletto di seta sulla testa; esso deve nascondere interamente il corpo. Il velo, prima di tutto, abolisce la promiscuità nello spazio e materializza la separazione radicale e draconiana dello spazio femminile e dello spazio maschile. Il velo, lo hijab, è il più barbaro dogma islamico che si inscrive sul corpo femminile e se ne impossessa.
La separazione degli uomini e delle donne nelle moschee, dove regna la legge dei mullah, rivela che cosa significa portare il velo. La donna deve tenersi al riparo dallo sguardo degli uomini. Per il buon funzionamento delle leggi islamiche, in Iran, si è tentato di applicare a tutto il Paese la legge delle moschee, di proiettare nello spazio pubblico lo spazio delle moschee: entrate separate per gli uomini e per le donne, mense separate, biblioteche, ambienti di lavoro separati... piscine separate e, siccome il mare non si presta facilmente a questo genere di divisione, interdizione dei bagni di mare alle donne. All'università, la botanica, l'archeologia, la geologia e tutte le discipline che esigono spostamenti in gruppo sono state proibite alle ragazze.

Noi siamo in Francia, Stato di diritto, e certe famiglie si arrogano il potere di velare le loro figlie minorenni. Che cosa significa velare le ragazze? Significa farne degli oggetti sessuali: degli oggetti, poiché il velo è loro imposto e la sua materialità fa ormai parte del loro essere, della loro apparenza, del loro essere sociale; e degli oggetti sessuali: non solamente perché la capigliatura nascosta è un simbolo sessuale e perché questo simbolo è a doppio senso (ciò che si nasconde, lo si mostra, ciò che è vietato è l'altra faccia del desiderio), ma perché il velo mette la bambina o la giovane adolescente sul mercato del sesso e del matrimonio e la definisce essenzialmente attraverso e per lo sguardo degli uomini, attraverso e per il sesso e il matrimonio.
Ma questo oggetto del desiderio maschile esprime un altro divieto e un'altra ambivalenza. Una ragazza è niente. Il ragazzo è tutto. Una ragazza non ha alcun diritto, un ragazzo ha tutti i diritti. Una ragazza deve stare in casa, al suo posto, non può camminare all'aria aperta. Nessuno può ignorare che, nei Paesi musulmani, gli uomini, solamente gli uomini, si ritrovano sulla pubblica piazza. Non li si vede, pure qui, in Francia, occupare la scena, lo spazio pubblico?
Perché gli uomini musulmani vogliono ancora velare le donne? Perché il velo delle donne li riguarda? Per quale ragione sono così attaccati al velo femminile? Se adorano tanto il velo non hanno che da portarlo anche loro. Questa volta la rivendicazione di "una nuova identità attraverso il velo" acquisterebbe un senso! Immaginate gli uomini musulmani velati! Sarebbe veramente l'invenzione del XXI secolo! Perché velare le donne è una banalità religiosa fin dai tempi dell'Antico Testamento.

Ma il velo islamico non ha senso che per ciò che nasconde, dissimula o protegge. Cosa nasconde il velo? Cosa dissimula il velo? Cosa protegge il velo?
La costruzione dell'identità femminile e dell'identità maschile nell'islam poggia sull'Hojb e l'Haya della donna e sul Namus e il Qeirat dell'uomo. Queste parole caricate di senso veicolano dei pesanti gravami tradizionali, degli epiteti che sono propri di ciascun sesso, e che sono stati trasmessi di generazione in generazione attraverso i secoli. Essi non hanno un esatto equivalente nella lingua francese, ma la loro traduzione approssimativa è il pudore e la vergogna della donna e l'onore e lo zelo dell'uomo. Il Namus è l'onore sessuale dell'uomo. Impuro, sacro, esso è tabù. È un tabù represso nel profondo dell'uomo musulmano. Proprio di ciascun musulmano, il Namus deve restare al riparo dagli sguardi degli altri uomini, dagli sguardi illeciti. Il Namus dell'uomo deve essere protetto, nascosto. Esso simboleggia l'interno e non può essere al di fuori. Esso ha per garanti la madre, la sorella, la moglie, la figlia, il corpo femminile. Il velo è un riparo per il Namus, per l'onore dell'uomo musulmano, e crea in quest'ultimo una dipendenza psichica; perché l'essenza dell'identità dell'uomo musulmano si radica sotto il velo femminile.
Il Qeirat, lo zelo, simboleggia la virilità e la capacità dell'uomo musulmano di preservare il suo Namus, il suo onore sessuale che ha come oggetto il corpo femminile. Il corpo della donna, garante dell'onore sessuale dell'uomo, questo tabù non confessabile, non può essere esposto, libero, sotto gli sguardi illeciti degli altri uomini. È l'identità dell'uomo musulmano, l'onore di essere un uomo, che ne dipende. La donna non velata può far tremare l'edificio dell'identità maschile nell'islam. La letteratura e il cinema sovversivi ci hanno mostrato qualche volta questi uomini musulmani smarriti per sempre perché la figlia, la moglie, la sorella o la madre hanno trasgredito i dogmi del pudore.
L'Hojb e l'Haya della donna, il pudore e la vergogna della donna, sono i garanti e l'espressione dell'onore e dello zelo dell'uomo musulmano. Più una donna è vergognosa e pudica, più suo padre, i suoi fratelli, suo marito hanno onore e zelo. In altre parole, la costruzione dell'identità maschile presso i musulmani è tributaria del pudore e della vergogna della donna. L'onore e lo zelo dell'uomo musulmano, senza i quali egli è nulla, sono alla mercé del velo della donna. Ogni contatto, ogni tentativo di avvicinamento tra i due sessi disonora l'uomo musulmano. Non è la relazione sessuale a essere un tabù; l'altro sesso, il corpo femminile, è in sé un tabù.
Il velo condanna il corpo femminile alla chiusura perché questo corpo è l'oggetto sul quale l'onore dell'uomo musulmano si inscrive, ed esso deve, per questo motivo, essere protetto. Il velo non esprime prima di tutto l'alienazione psichica dell'uomo musulmano che costruisce il suo essere e la sua identità nel timore costante della trasgressione femminile, di un superamento inquietante: una ciocca o un pezzo di pelle che si lascia vedere?
La ragazza è la garante dell'onore di suo padre e dei suoi fratelli. Una volta sposata, venduta, esce dalla tutela paterna, è garante dell'onore di suo marito. In caso di divorzio ritorna sotto la tutela paterna e il suo pudore è di nuovo di sua competenza. Una donna divorziata, sotto il tetto paterno, è una preoccupazione per il padre e per i fratelli, una merce resa.

Certi intellettuali musulmani, difensori del velo, dicono: "Mia moglie, mia figlia non portano il velo", per precisare che la loro posizione non è assolutamente soggettiva. E la loro madre? Non portava il velo?
La madre con il velo. Il velo che ha l'odore della madre. La madre vietata. Il velo che la madre porta su di sé. Questo "gioco" che non lascia mai al suo bimbo, a suo figlio. Il velo ha l'odore del peccato, l'odore della madre vietata. La madre oggetto del desiderio, il desiderio colpevole, represso dalle leggi ancestrali. L'immagine della madre amata, desiderata, presso l'uomo musulmano, è simboleggiata dal velo. Come se questo velo che ha nascosto i capelli della madre sottraesse nello stesso tempo la madre a suo figlio. È per questo che le donne velate attirano maggiormente lo sguardo degli uomini musulmani. La forza viscerale del legame madre-figlio, questo legame di cui il velo materno è stato il tramite durante la prima infanzia e che proietta la sua ombra (l'ombra del proibito, dell'incesto e del desiderio) sulla donna agognata. Il velo che nasconde la donna è tanto detestato quanto desiderato dall'uomo musulmano. Il velo ricorda l'amore materno ma anche la prima ferita, il velo che sottrasse loro la madre.

La pressione dei divieti non rafforza la pulsione dello sguardo? Il velo ricorda uno dei divieti principali dell'islam, il corpo femminile. Ciò che si nasconde agli sguardi non fa che attizzare gli sguardi. Il velo fissa l'attenzione e le energie psichiche degli uomini su uno spettacolo che per la logica delle cose deve rivelarsi del più grande interesse. Impossibile ignorare gli sguardi insistenti, importuni, degli uomini nei Paesi musulmani. Lo sguardo lascivo, lo sguardo illecito, lo sguardo in agguato, lo sguardo che penetra il velo. E le ragazze rimproverate, perché, malgrado il loro velo, il loro corpo coperto, hanno attirato gli sguardi illeciti.
Il timore dello sguardo e dei pericoli che nasconde è inculcato dalle madri alle figlie. Dalla loro più tenera età, le ragazzine interiorizzano l'idea che la loro esistenza è una minaccia per il ragazzo e per l'uomo; che, alla vista di un pezzo della loro pelle o della loro chioma, questi ultimi possono perdere ogni controllo di sé. Le madri, negli ambienti più tradizionali, continuano a riprodurre gli stessi dogmi trasmessi di generazione in generazione. Timorose, hanno paura di rompere il giogo religioso, di spezzare l'anello identificatorio, e non osano affrontare il giudizio delle altre madri della loro comunità.
Nei Paesi musulmani, malgrado il velo delle donne, lo stupro e la prostituzione fanno danni. La pedofilia è molto diffusa perché, se la relazione sessuale, non coniugale, tra due adulti consenzienti è proibita e severamente punita dalle leggi islamiche, nessuna legge protegge i bambini. Ci sono abbastanza bambini abbandonati a se stessi, in questi Paesi, per fare le spese degli impellenti bisogni sessuali degli uomini.
Della vergogna di abitare un corpo vergognoso, un corpo velato, dell'angoscia di abitare un corpo colpevole, colpevole di esistere, di questa colpa, di questa onta congenita, chi ha il diritto di parlare? Forse quelle che hanno vissuto fin da prima della loro adolescenza gli effetti traumatici dei dogmi islamici. Ma, giustamente, quelle che sentono pesare su di sé gli sguardi degli uomini della propria famiglia, degli altri uomini e di quelli che, dall'esterno, le considerano come strani zombi, non hanno né il diritto né la forza di parlare. Esse hanno vissuto l'umiliazione di non essere uomini, di portare il velo, questa prigione ambulante, come una stigmate, come la stella gialla della condizione femminile. I corpi femminili, umiliati, colpevoli, fonte di inquietudini, angosciosi, minacciosi, sporchi, impuri, fonte di malessere e di peccato, questi oggetti malsani, bramati, desiderati e proibiti, nascosti ed esposti, rinchiusi, violentati, circolano intorno agli uomini, come ombre. Il corpo femminile è un oggetto sessuale che si nasconde, che si denigra, un po' come un accessorio sessuale che si avrebbe vergogna a utilizzare.
Fin dall'infanzia, come le vittime di uno stupro, queste ragazze velate si sentono colpevoli, e la violenza che hanno subito assomiglia, in effetti, a uno stupro, essa è uno stupro. Stupro ancestrale di cui le madri musulmane portano il marchio, che imprimono a loro volta sul corpo della loro figlia. Stupro ancestrale di cui le madri portano una pesante parte di reponsabilità. I dogmi islamici distillati dalle madri musulmane, interiorizzati dai bambini, acquisiscono un carattere intrinseco, come se venissero dal di dentro e non dal di fuori.

Qualche nota, qui, per prevenire obiezioni e contro-esempi.
Una religione esiste storicamente, è quello che se ne fa, ma è anche quello che essa ha fatto. Ed essa è ciò che è stata nelle società attraverso i secoli. Non la si può ridurre alle idee che elabora al suo riguardo qualche bello spirito o qualche buona coscienza. E poi per comprendere veramente una religione e il meccanismo della sua trasmissione psichica e sociale da una generazione all'altra, bisogna viverla soggettivamente ed essere positivamente o negativamente implicati. Le osservazioni esteriori, per quanto pertinenti esse siano, non riescono mai a penetrare in ciò che sentono i credenti. Bisogna aver vissuto all'interno di una fede, ricevuto una educazione religiosa per comprendere che cos'è credere o non più credere all'islam, al cattolicesimo o al giudaismo.
Io ho vissuto il totalitarismo islamico e le barbarie religiose in tutti i loro aspetti. Quando sono arrivata in Francia, avevo l'impressione di non essere sullo stesso pianeta. Avevo l'impressione di essere come qualcuno che sbarcasse in questo mondo dopo aver subito le torture dell'Inquisizione cristiana nel Medioevo. Io non provo alcuna indulgenza per la religione. Per quel che concerne la fede, grazie a Dio, io non sono atea. Semplicemente, ho coscienza di esistere, ho coscienza anche dell'ingiustizia che regna su questa terra, coscienza di quello che è l'inferno sulla terra. Se Dio esiste, è un suo problema.
Il Corano, lui, non ha alcun dubbio sui confini del male e del bene. Quello che non è contenuto nel Corano è il male assoluto. Tutto, il Tutto, è nel Corano. Il Corano ha pensato a tutto, all'essere umano nella sua interezza, agli esseri umani di ogni condizione. In materia di umanità, nulla sfugge al Corano; dubitarne è in sé un peccato, un sacrilegio. La legittimità delle tre religioni monoteiste deriva dal fatto che questa legittimità è divina, dunque assoluta e fuori da ogni discussione. E poiché Dio, Allah e Yahvé si fanno lontani, i credenti devono ubbidire ai loro rappresentanti sulla terra.
La svalutazione giuridica e sociale della donna nell'islam, la sua collocazione sotto la tutela maschile procede di pari passo con il suo statuto di oggetto sessuale e quest'ultimo ha la sua origine nel Corano. Nei Paesi musulmani, la donna secondo le leggi islamiche ha bisogno per lasciare il Paese dell'autorizzazione di colui sotto la cui tutela è posta, cioè di suo marito o, in sua mancanza, di suo padre, suo fratello, suo zio. La shari'a va più lontano: una donna non ha il diritto di uscire dal domicilio coniugale senza l'autorizzazione di suo marito o di chi la tutela. La donna non è mai considerata come una persona completa. In Iran, dal 1998, le donne non hanno più il diritto di andare da una città all'altra da sole. E parlo proprio di donne, non di adolescenti minorenni.

Il Corano dedica numerose pagine al basso ventre degli uomini, al loro piacere sessuale, al dovere delle donne di appagare il desiderio del loro marito. Il Corano affronta anche il piacere paradisiaco degli uomini. Ai buoni musulmani, e ai martiri dell'islam, il Corano riserva delle Uri eternamente belle, eternamente giovani, eternamente vergini, che ridivengono vergini dopo ogni coito. Per gli uomini, è la realizzazione di una fantasia, l'orgasmo infinito, instancabile, e la fine di un'ossessione, l'eiaculazione precoce. Immagino che gli uomini saranno dei supermaschi, con un pene d'acciaio, infaticabile. Nient'altro che piacere, godimento, felicità. Io mi domando se non è grazie a queste sacre promesse che i religiosi credono alla sacralità del Corano. Quale uomo non sogna ciò? Basta crederci.
Il Corano certamente dice che "il paradiso è sotto i piedi delle madri" ma non evoca per queste alcun piacere paragonabile a quelli che riserva agli uomini. Visto che il paradiso è aperto solo alle madri e non alle sfortunate donne sterili, visto che non si può fornicare con la madre di nessun uomo (un'espressione volgare che riguardi una madre nei Paesi musulmani può finire in un bagno di sangue), forse le madri, in paradiso, guardano gli uomini fornicare con le Uri...

Non fatico a immaginare l'indignazione di alcune donne velate "nuovo stile", quelle che parlano chiaro e forte della loro libertà e della loro identità, ma non scherzano con il Corano. Se ne vede qualcuna per strada, nel métro. Esse si fanno notare. Ostentano la loro scelta, pronte, lo si sente, a rispondere vivacemente alle domande che nessuno gli pone ma che il loro sguardo, il loro portamento, la loro provocatoria sicurezza evidentemente sollecitano. Probabilmente un giorno quelli che le ispirano ci proporranno una nuova lettura del Corano (i monoteismi non finiscono mai di rileggersi) per persuaderci, vecchia ricetta, che bisogna saperlo interpretare e all'occorrenza decifrarvi ciò che non vi è scritto. Ma con l'islam non ci siamo ancora arrivati. Ci si ferma ai segni esteriori di ricchezza identitaria e alle letture fondamentaliste. Il velo è la mia cultura. Il velo è la mia libertà. Vecchio ritornello che risale agli anni della decolonizzazione: la libertà è una cosa, dicevano allora alcuni, ma la libertà culturale è altro. Si distingueva, prima di arrivare a opporli, tra i diritti dell'uomo (individuale) e il diritto delle culture (collettive). La giustificazione intellettuale di tutte le non-democrazie post-coloniali era così trovata. Ed è nel momento in cui qualche volta si finge di preoccuparsi di questo su scala planetaria (ben inteso quando gli interessi economici o strategici dei Paesi occidentali sono in questione) che si sente senza batter ciglio canticchiare questo ritornello nelle nostre periferie.
Che delle giovani donne adulte portino il velo, questo riguarda loro. Ma c'è nell'atteggiamento di molte di loro una doppia perversità. Il portare il velo in Francia non è il modo per nascondersi tra la folla anonima, piuttosto il mezzo per attirare lo sguardo, per farsi notare, una forma di esibizionismo, di provocazione; donne oggetto e fiere di esserlo; donne oggetto sessuale, più esattamente. Questa perversità, ancora una volta, è una faccenda loro. Ma non è più assolutamente una loro faccenda, vi prego di prestare attenzione, quando si accompagna a un messaggio di proselitismo destinato alle più giovani, a un messaggio esso stesso velato perché dissimula la sua vera natura sotto il velo delle parole "libertà", "identità" o "cultura". Imporre il velo a una minorenne è, in senso stretto, abusare di lei, disporre del suo corpo, definirlo come oggetto sessuale destinato agli uomini. La legge francese, che non proibisce nulla ai maggiorenni consenzienti, protegge i minorenni da ogni abuso di questo genere. Tutte le forme di pressione diretta o indiretta che mirano a imporre il velo a delle minorenni conferiscono loro con ciò stesso uno statuto di oggetto sessuale, assimilabile a quello della prostituzione. Esse devono essere vietate dalla legge. Le mutilazioni psicologiche e morali sono mutilazioni sessuali; esattamente come le mutilazioni sessuali sono parimenti mutilazioni psicologiche e morali. Ci sono stati etnologi, fortunatamente in minoranza, che hanno difeso le escissioni in nome della differenza culturale. Peccato contro lo spirito e peccato contro la società, sicuramente. Non commettiamo lo stesso errore, lo stesso sbaglio, a proposito del velo islamico. Non è in nome della laicità che bisogna vietare il velo alle minorenni, a scuola o altrove, ma in nome dei diritti dell'uomo e in nome della protezione dei minori.